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Il Bisso tarantino: quando Re e Imperatori vestivano con la sua seta

I tessuti di bisso marino erano talmente lussuosi e pregiati che erano spesso oggetto di doni a Re e Imperatori di tutto il mondo

Un tempo, a Taranto, esisteva un raro e costoso materiale tessile simile alla seta: il bisso marino.

Essi derivavano dalla Pinna Nobilis, un grande mollusco bivalve che vive tuttora in alcuni tratti del Golfo di Taranto.

Secondo le testimonianze lasciateci da Plinio nella sua Historia Naturalis , la pesca della Pinna Nobilis avveniva per mezzo di un attrezzo detto pernilegium, di invenzione tarantina, formato da due branche arcuate di ferro, congiunte ad una pertica di lunghezza variabile in base alla profondità dei fondali.

Tramite questo attrezzo, il pescatore riusciva ad afferrare la Pinna Nobilis e, con una rotazione del pernilegium, anche ad estrarla.

Aprendo la conchiglia si potevano quindi avere, per intero, i filamenti che poi avrebbero subito una serie di lavaggi in acqua dolce, per 12 giorni.

Dopo una prima asciugatura, si rilavavano in urea di vacca, in modo da schiarire e rendere più lucenti le fibre, infine esse venivano lavate con erba saponaria (fonte: Briganti.it)

Si poteva così procedere con la cardatura, che avveniva tramite una tavola chiodata prima e un cardo a spillo dopo. A questo punto si otteneva la bambagia cardata da poter finalmente filare.

Per la filatura si usava il fuso tarantino o cipriota, di piombo e lungo circa 30 cm. Il prodotto che se ne otteneva veniva usato per confezionare guanti, calze, cravatte, sciarpe, scialli.

Il declino della lavorazione del Bisso si ebbe con l’ arrivo della seta e il suo sviluppo in Sicilia. La pesca dei Pinna Nobilis non poteva competere con la produzione quasi illimitata dei bachi da seta.

La prima testimonianza della lavorazione del bisso marino a Taranto risale addirittura al XVI secolo in occasione della visita del mons. Brancaccio nella cappella del SS. Sacramento all’interno della cattedrale.

Le monache dei monasteri di S. Chiara e S. Giovanni Battista sapevano eseguire pregevoli lavori in bisso.

Nel 1778, il mons. Capecelatro, arcivescovo di Taranto, commissionò molti manufatti in bisso per donarli ad illustri personaggi di mezza Europa e allo scopo di renderne nota la bellezza dei manufatti in lana-pinna.

Ciò produsse una buona richiesta da parte di chi se lo poteva permettere..

Nel XIX secolo, i lavori tarantini in bisso furono presentati in diverse mostre nazionali e internazionali, ricevendone premi e riconoscimenti ufficiali.

Dell’ antica produzione tarantina resta un paio di guanti al Museum für Naturkunde di Berlino, prodotti dai ciuffi di Pinna Nobilis quale dono fatto dal vescovo di Taranto nel 1822 al re Federico Guglielmo II che visitò Napoli nello stesso anno.

Al Field Museum of Natural History di Chicago è esposto un manicotto acquistato da Taranto nel 1893 per l’esposizione mondiale di Chicago, lavorato con la tecnica “a pelliccia”

La produzione del bisso non diventò mai industria a Taranto.
Si trattò di una lavorazione artigianale.

In realtà, agli inizi del 1900, ci fu chi si interessò al riguardo tant’è che si dette vita nel 1928 ad una campagna stampa proprio per annunciare le concrete possibilità di dare avvio ad una lavorazione su più ampia scala a Taranto e dare vita ad una vera e propria industria del bisso marino.

Se ne parlò in diverse occasioni persino fino agli anni 60 con la pubblicazione di un opuscoletto..

Invece, proprio questa pregevolezza, unita all’estrema rarità e scarsità della materia prima, potrebbe incoraggiare una ripresa della produzione del bisso anche in relazione all’alta moda.

Forse, se la diossina sprigionata dalle ciminiere di Ilva e d Eni facesse meno danni, in tanti lo avrebbero già compreso e si sarebbero dati da fare.. Ma tant’è…

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