L’amore (e non il capping) salverà il Mar Piccolo

Ecco il parere della dr.ssa Rossella Baldacconi, da anni appassionata studiosa di questa straordinaria laguna che è il Mar Piccolo e che il mondo ci invidia

Mar Piccolo Taranto

Ogni intervento di risanamento ambientale nel primo seno del Mar Piccolo non può prescindere dalla destinazione d’uso che si vuol attribuire al suddetto bacino. E la scelta della destinazione d’uso non può prescindere dalle numerose caratteristiche geologiche, biologiche, ecologiche, storiche ed economiche che hanno reso e rendono tuttora il Mar Piccolo, un mare unico.

Ed è proprio l’unicità dell’inestimabile patrimonio naturale e culturale che deve indurre a considerare il primo seno del Mar Piccolo, non più come un deserto privo di vita e carico solo di micidiali inquinanti, ma come un’oasi marina da tutelare, come un museo a cielo aperto che racchiude la storia della tradizionale mitilicoltura tarantina, insomma come un prezioso angolo del nostro territorio, definito ingiustamente “a vocazione industriale” e destinato a numerose attività antropiche, tra le più devastanti.

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Appare, quindi, necessario proteggere il primo seno del Mar Piccolo da qualsiasi altra forma di impatto, anche da interventi di bonifica non adeguati e assolutamente incompatibili con il peculiare ecosistema marino.

A tal proposito si vuol ricordare, che l’ecosistema marino presente nel primo seno del Mar Piccolo, è caratterizzato da un’elevata biodiversità e da importanti specie vegetali e animali protette dalla legge italiana e inserite nelle liste della Convenzione di Berna recepita in Italia con legge n. 503 del 05/08/81, della Convenzione di Barcellona recepita in Italia con legge n. 175 del 27/05/99, e della Direttiva Habitat 92/43/CEE recepita in Italia con DPR n. 357 del 08/09/97.

Tra le evidenze dell’elevato valore conservazionistico del primo seno, è necessario citare almeno i consistenti nuclei di Pinna nobilis, e le rilevanti popolazioni di cavallucci marini (Hippocampus guttulatus e Hippocampus hippocampus) costituite da migliaia di individui, tra le più grandi dell’intero Mediterraneo. (Si veda a tal proposito anche l’ipotesi di turismo in locowww.madeintaranto.org/snorkeling-in-mar-piccolo-taranto-il-turismo-possibile)

Alla luce di quanto finora esposto, il risanamento del primo seno non può basarsi su metodologie invasive ma deve tener conto dei fragili equilibri naturali che, nonostante tutto, regolano ancora il ricco mare interno tarantino. Ciò a maggior ragione, se si considera che non sono state individuate tutte le fonti di contaminazione ambientale e che molte sono ancora attive e continuano a gravare sul sistema.

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Che senso avrebbe ricoprire i sedimenti contaminati con materiale inerte, se nuovi inquinanti continuano ad essere immessi nel Mar Piccolo? Solo dopo aver bloccato le fonti inquinanti, la tecnica di risanamento in situ più compatibile con le caratteristiche ambientali del primo seno, sarebbe il Monitored Natural Recovery (MNR) ovvero il Monitoraggio del Recupero Naturale. La tecnica prevede il monitoraggio sul lungo periodo dell’abbattimento dei contaminanti operato dall’ecosistema stesso attraverso numerosi processi biologici e chimico-fisici, che nel loro insieme costituiscono la naturale capacità di autodepurazione del mare.

La lenta ma efficace degradazione degli inquinanti operata dai processi naturali potrà risanare decenni di incuria umana senza stravolgere ulteriormente l’ecosistema.

Rossella Baldacconi
dottore di ricerca in Scienze Ambientali

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