La leggenda dell’anello di San Cataldo e dei citri di Taranto

C'è un punto preciso del Mar Grande di Taranto in cui l'acqua si comporta in modo strano. Disegna cerchi concentrici sulla superficie, sembra avere un respiro suo. I pescatori lo conoscono da sempre e lo chiamano l'Anello di San Cataldo. Dietro quel nome si nasconde una delle leggende più affascinanti che questa città possieda e un fenomeno naturale unico al mondo che ha fatto la fortuna di Taranto da duemila anni a questa parte.

C’è un punto preciso del Mar Grande di Taranto in cui l’acqua si comporta in modo strano. Disegna cerchi concentrici sulla superficie, sembra avere un respiro suo. I pescatori lo conoscono da sempre e lo chiamano l’Anello di San Cataldo. Dietro quel nome si nasconde una delle leggende più affascinanti che questa città possieda e un fenomeno naturale unico al mondo che ha fatto la fortuna di Taranto da duemila anni a questa parte.

San Cataldo era un monaco irlandese del settimo secolo, vescovo di Lismore, che intorno al 680 partì per un pellegrinaggio in Terra Santa. Della sua storia ne parliamo QUI.

La tradizione racconta che durante il viaggio di ritorno la sua nave fu sorpresa da una tempesta tremenda davanti alle coste di Taranto. Le onde si alzavano come montagne, l’equipaggio era nel panico e sembrava che nessuno potesse uscirne vivo.
In quel momento Cataldo si tolse l’anello pastorale, il simbolo del suo ufficio episcopale, e lo gettò in mare. Le acque si calmarono all’istante. E nel punto esatto in cui l’anello era affondato si aprì una sorgente di acqua dolce che continua a sgorgare ancora oggi, dopo quattordici secoli, in mezzo al mare salato del Mar Grande.

I tarantini la chiamano Anijedde de San Catavete, l’anello di San Cataldo. Da quel naufragio Cataldo non ripartì mai più. Restò a Taranto, ne diventò vescovo e patrono, e per il resto della sua vita si dedicò a una città che lo aveva accolto quasi per caso, salvo poi non lasciarlo andare via. Ancora oggi, nelle preghiere dei pescatori tarantini, il santo viene invocato come protettore dei naviganti e custode di queste acque.

Cosa sono i citri

La leggenda è bellissima ma non spiega tutto, perché i citri esistono anche dove l’anello di San Cataldo non è mai caduto. La verità geologica è che sotto la Murgia tarantina scorrono fiumi sotterranei. Sono corsi d’acqua dolce che nascono sull’altopiano e che, invece di sfociare in superficie come tutti gli altri fiumi del mondo, si infilano nelle spaccature delle rocce calcaree e proseguono il loro viaggio sottoterra fino a sbucare direttamente sul fondale marino.

Il nome citro viene dal greco kytros, che vuol dire pentola. I tarantini di duemilacinquecento anni fa, quando ancora si parlava la lingua dei coloni spartani che avevano fondato la città, lo avevano chiamato così perché l’acqua di queste sorgenti, salendo verso la superficie spinta dalla pressione, sembra ribollire esattamente come l’acqua dentro una pentola sul fuoco. Una di quelle parole greche che il dialetto tarantino ha conservato per millenni e che ancora oggi usiamo senza nemmeno renderci conto di stare parlando come parlavano i nostri antenati.

Nel Mar Piccolo i citri sono trentaquattro, distribuiti tra il primo seno e il secondo seno, e si concentrano nella parte settentrionale dei due bacini. Nel Mar Grande invece ce n’è uno solo, ed è proprio quello legato alla leggenda di San Cataldo. È anche il più grande di tutti, tanto che fino alla metà degli anni Sessanta del Novecento il vortice era visibile a occhio nudo dalla superficie. Poi le opere portuali costruite negli anni successivi lo hanno parzialmente ostruito, ma la sorgente è ancora lì sotto e continua a fare quello che ha sempre fatto.

L’acqua dolce dei citri arriva con una temperatura costante di diciotto gradi tutto l’anno. In alcuni punti la forza con cui sgorga ha scavato fosse di trenta metri di profondità in fondali che mediamente non superano i dieci. È un fenomeno che gli studiosi hanno mappato e descritto da almeno un secolo, e che nel 1972 il professor Pietro Parenzan ha raccontato in un libro dedicato proprio all’Anello di San Cataldo nel Mar Grande di Taranto.

Il segreto delle cozze tarantine

Qui arriviamo al punto che pochi conoscono. I citri non sono una semplice curiosità geologica. Sono il motivo per cui Taranto ha la mitilicoltura più antica del Mediterraneo e per cui le cozze tarantine sono diverse da tutte le altre cozze del mondo.

L’acqua dolce che sgorga continuamente dalle sorgenti sottomarine si mescola con l’acqua salmastra del Mar Piccolo, abbassa la salinità, regola la temperatura e crea un ecosistema che non esiste da nessun’altra parte. È un ambiente di mezzo, né mare né laguna, dove i mitili crescono in condizioni che la natura ha disegnato apposta per loro. Più nutrienti, meno salinità, temperatura costante. Il risultato è una cozza con una sapidità, una consistenza e un sapore che chi le ha assaggiate riconosce a occhi chiusi.

Non lo diciamo noi tarantini per orgoglio campanilistico. Lo diceva già Plinio il Vecchio nella sua Naturalis Historia, duemila anni fa. Scriveva che le ostriche prosperano nelle acque dolci e dove confluiscono molte correnti, descrivendo esattamente quello che succede a Taranto. Plinio non sapeva di citri, di falde acquifere o di mitilicoltura moderna. Sapeva solo che a Taranto i molluschi erano i migliori del Mediterraneo, e si chiedeva perché. La risposta era sotto i suoi occhi, anzi sotto i suoi piedi.

La mitilicoltura tarantina è documentata fin dal Medioevo, ma le condizioni che la rendono possibile esistono da molto prima. È plausibile che già in epoca greca e romana qui si pescassero e forse si allevassero cozze e ostriche. Vuol dire che da oltre duemila anni questa città produce uno dei mitili più apprezzati del mondo grazie a un fenomeno naturale che nessuno può copiare, perché non si può ricreare altrove.

Tra fede, scienza e poesia

Quello dei citri è uno di quei rari fenomeni in cui la leggenda, la scienza e la tradizione si tengono per mano senza contraddirsi. La fede racconta di un anello gettato in mare per placare una tempesta, la geologia spiega le falde acquifere carsiche che attraversano la Murgia, la tradizione popolare ha trovato il modo di tramandare entrambe le cose attraverso i secoli senza perdere nulla per strada.

Tommaso Niccolò D’Aquino, poeta tarantino del Seicento, dedicò ai citri alcuni versi delle sue Delizie Tarantine, descrivendo con stupore l’onda dolce che sboccava in mezzo al mare salato. Anche allora chi viveva qui sapeva di avere sotto gli occhi qualcosa di straordinario. Anche allora si cercava il modo di raccontarlo a chi non era nato in questa terra.

Nel 2007 un pasticciere tarantino, Giovanni Doro, ha creato un dolce ispirato a questa leggenda. Si chiama proprio Anello di San Cataldo ed è una grande ciambella che unisce pasta frolla dolce e pasta sfoglia salata, a ricordare la mescolanza tra acqua dolce e acqua salata che avviene nel citro. Un dolce che è diventato in pochi anni una specialità della città, preparato in occasione della festa del patrono e ormai parte integrante della tradizione gastronomica tarantina.

Una città che custodisce un patrimonio raro

Quando si parla di Taranto fuori da qui, la narrazione dominante è sempre la stessa. Acciaio, inquinamento, problemi. Quasi mai si racconta che questa città ha sotto le sue acque uno dei fenomeni geologici più rari del Mediterraneo, che ha una mitilicoltura antica di duemila anni, che ha cozze e ostriche citate da Plinio il Vecchio e celebrate dai poeti latini, che ha una leggenda fondativa con un santo irlandese e un anello che placa le tempeste.

La leggenda dell’anello di San Cataldo e i citri di Taranto non sono solo una bella storia da raccontare ai bambini o una curiosità da Wikipedia. Sono uno dei tasselli che spiegano perché Taranto è quella che è, perché qui si è sviluppata una città millenaria, perché certe tradizioni produttive sono nate proprio qui e non altrove. Sono la prova che questo territorio ha un carattere proprio, irripetibile, che merita di essere raccontato con orgoglio.

La prossima volta che ti capita di passeggiare sul lungomare e vedi l’acqua disegnare cerchi strani sulla superficie, sappi che non è il vento e non è una corrente. È un fiume sotterraneo che dalla Murgia ha viaggiato chissà quanti chilometri nel buio per venire a sbucare proprio lì, davanti ai tuoi occhi. E secondo la leggenda, là sotto c’è ancora un anello pastorale che da quattordici secoli protegge questa città dalle tempeste.

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Un gesto semplice, una tempesta che si placa, e un vortice limpido che da secoli continua a muoversi nel mare di Taranto: così nasce la leggenda dell’anello di San Cataldo, dove fede e natura si incontrano in un racconto che ancora oggi affascina la città.

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