Storia di San Cataldo: il santo irlandese che scelse Taranto

Come ha fatto un vescovo irlandese a diventare il patrono di Taranto? La storia di San Cataldo è fatta di viaggi, visioni, miracoli e incontri che hanno cambiato il destino di un'intera città. E che ancora oggi raccontano il legame profondo tra fede, mare e identità.

Come ha fatto un vescovo irlandese a diventare il patrono di Taranto? La storia di San Cataldo è fatta di viaggi, visioni, miracoli e incontri che hanno cambiato il destino di un’intera città. E che ancora oggi raccontano il legame profondo tra fede, mare e identità.

Chi vive a Taranto sa bene chi è San Cataldo. È il patrono della città, l’uomo a cui ci si rivolge con rispetto e affetto, il volto d’argento che attraversa il mare in processione ogni maggio. Eppure c’è un dettaglio che ogni tanto sorprende chi lo scopre per la prima volta: San Cataldo non era tarantino, era irlandese. Veniva dall’altra parte d’Europa, da una terra fredda e lontanissima dal Mediterraneo. E la storia di come sia arrivato fin qui per non andarsene mai più è una di quelle vicende che spiegano molto, anche di Taranto stessa.

Le origini irlandesi

Cataldo nasce in Irlanda tra il 610 e il 620, nella regione del Munster, da una famiglia nobile e profondamente cristiana. I genitori si chiamavano Euco e Aclena, e secondo le storie tramandate la nascita del bambino fu accompagnata da un bagliore così intenso che un viandante di passaggio lo interpretò come un segno: quel neonato avrebbe illuminato il cammino di molti e li avrebbe condotti alla fede. Una di quelle leggende che si raccontano sui santi e che servono a dire una cosa precisa, ossia che certe vite si capiscono solo guardandole dall’inizio.

Crescendo, Cataldo entrò nel monastero celtico di Lismore, uno dei più importanti centri religiosi e culturali dell’Irlanda dell’epoca, fondato nel sesto secolo da San Carthach. Qui studiò, prese gli ordini sacri e nel 637, alla morte del suo maestro, gli successe nella conduzione del monastero. Si fece notare non solo per la preparazione e la bontà d’animo, ma anche per un talento fuori dal comune che la tradizione gli ha sempre attribuito: i miracoli. Guarigioni, resurrezioni, visioni. I racconti popolari parlano di prodigi compiuti con la naturalezza di un gesto quotidiano, una mano posata su un malato, una parola sussurrata nel momento giusto.

Nel 670 fu ordinato vescovo, e tra il 679 e il 680 decise di partire per la Terra Santa. Era un viaggio che molti monaci irlandesi compivano in quegli anni, un pellegrinaggio lungo e pericoloso che portava nei luoghi della vita di Cristo. Cataldo vi rimase per qualche tempo, visitando i siti sacri, e secondo la tradizione una delle tappe che lo colpì di più fu Betlemme. Su una colonna della basilica della Natività esiste ancora oggi un affresco del dodicesimo secolo che raffigura il santo, segno di un culto che evidentemente attecchì lungo il suo passaggio.

Il naufragio

C'è un punto preciso del Mar Grande di Taranto in cui l'acqua si comporta in modo strano. Disegna cerchi concentrici sulla superficie, sembra avere un respiro suo. I pescatori lo conoscono da sempre e lo chiamano l'Anello di San Cataldo. Dietro quel nome si nasconde una delle leggende più affascinanti che questa città possieda e un fenomeno naturale unico al mondo che ha fatto la fortuna di Taranto da duemila anni a questa parte.

Finito il pellegrinaggio, Cataldo si imbarcò per tornare in Irlanda. Ma quella nave non sarebbe mai arrivata a destinazione. Davanti alle coste di Taranto la imbarcazione fu sorpresa da una tempesta tremenda, di quelle che il Mediterraneo riserva a chi non lo conosce abbastanza. Le onde si alzavano come montagne, l’equipaggio era nel panico, e secondo la leggenda è proprio in quel momento che Cataldo compì uno dei suoi miracoli più famosi.

Si tolse l’anello pastorale, il simbolo del suo ufficio episcopale, e lo gettò in mare per placare le onde. Le acque si calmarono all’istante. E nel punto esatto in cui l’anello affondò si aprì una sorgente di acqua dolce che continua a sgorgare ancora oggi, dopo quattordici secoli, in mezzo al mare salato del Mar Grande. I tarantini la chiamano Anijedde de San Catavete, l’anello di San Cataldo, ed è uno dei famosi citri che caratterizzano le acque del nostro golfo. Una storia che merita un racconto a parte, e che abbiamo approfondito in un articolo dedicato.

Il naufragio non fu solo un evento meteorologico. Fu il modo in cui la Provvidenza, secondo la fede, deviò la rotta di un vescovo irlandese verso una città che aveva bisogno di lui. Cataldo arrivò a Taranto in un momento difficile della sua storia. La città, che era stata una delle capitali della Magna Grecia, attraversava un periodo di crisi spirituale e materiale. I vescovi precedenti non c’erano più, la fede cristiana si stava indebolendo, e il vescovo straniero appena sbarcato si trovò davanti una comunità da risvegliare.

Parliamo di questa leggenda QUI.

Il vescovo che restò

Cataldo poteva ripartire appena la nave fosse stata riparata, riprendere il suo viaggio verso l’Irlanda e tornare a guidare il monastero di Lismore. Non lo fece. Decise di restare. La tradizione racconta che ebbe una visione in cui Dio stesso gli chiedeva di guidare i tarantini, ma al di là del racconto miracolistico c’è una scelta concreta che merita di essere sottolineata: un uomo arrivato per caso scelse di legare il resto della sua vita a una città che non era la sua, e lo fece con una dedizione tale da entrare per sempre nella sua identità collettiva.

Una volta sbarcato, Cataldo cominciò subito a predicare, a visitare i malati, a riaccendere la speranza. Le fonti raccontano di numerose guarigioni miracolose nei primi anni del suo ministero, di conversioni, di una città che riprese coraggio sotto la sua guida. Fondò un monastero di cui oggi resta solo un rudere nel cimitero monumentale, riorganizzò la diocesi e visse a Taranto per circa vent’anni. Morì l’8 marzo del 685, secondo la tradizione, e fu sepolto vicino alla cattedrale, accanto alla cappella di San Giovanni in Galilea.

Il ritrovamento del 1071

Per quasi quattro secoli di Cataldo si perdono le tracce. Le guerre, le invasioni saracene, le distruzioni e le ricostruzioni della città cancellarono ogni ricordo del luogo esatto della sua sepoltura. Poi, il 10 maggio del 1071, accadde qualcosa che riportò il santo al centro della vita tarantina. L’arcivescovo Drogone aveva avviato i lavori per ricostruire la cattedrale di Santa Maria, e durante gli scavi per le fondazioni gli operai si imbatterono in un sarcofago di marmo.

Quando lo aprirono, l’aria si riempì di un profumo dolcissimo che colpì tutti i presenti. All’interno c’era un corpo intatto, e accanto a lui una piccola crocetta d’oro con un nome inciso a caratteri latini: Cataldus. La notizia si diffuse rapidamente in tutta la città. I fedeli accorsero in massa, e nei giorni successivi al ritrovamento si registrarono diverse guarigioni che furono attribuite all’intercessione del santo. Quel giorno, il 10 maggio, è da allora la data principale della festa patronale, e ogni anno Taranto rinnova il ricordo di quel ritrovamento che riportò Cataldo tra la sua gente.

La crocetta d’oro originale è oggi custodita al Museo Diocesano di Taranto, il MUDI, insieme agli altri ori del santo. Le reliquie sono conservate nel Cappellone di San Cataldo, una delle più belle opere barocche del Sud Italia, costruita all’interno della Cattedrale tra la fine del Seicento e l’inizio del Settecento. Marmi policromi, statue, affreschi e una decorazione che lascia senza fiato accolgono ogni anno migliaia di fedeli e visitatori.

La festa patronale e la processione sul mare

Festa di San Cataldo

La festa di San Cataldo si celebra l’8, il 9 e il 10 maggio ed è una delle feste patronali più sentite del Sud Italia. Per giorni la città si trasforma, tra fuochi d’artificio, illuminazioni artistiche, bancarelle, eventi culturali e spettacoli tradizionali. Ma c’è un momento che emoziona più di tutti, quello che chiunque sia tarantino aspetta tutto l’anno: la processione in mare.

La statua d’argento del santo viene portata fuori dalla Cattedrale e issata su un peschereccio addobbato a festa. Da qui inizia il viaggio che ripercorre simbolicamente l’arrivo di Cataldo a Taranto. La barca attraversa il canale navigabile, esce in Mar Grande, viene seguita da decine di altre imbarcazioni con le sirene spiegate, mentre dalle banchine la città intera saluta. È un gesto che si ripete ogni anno e ogni anno sembra nuovo, come se raccontasse di nuovo quel primo approdo, quel primo incontro tra un uomo venuto da lontano e una città che aveva bisogno di lui.

La preghiera tradizionale che i pescatori tarantini recitano da secoli dice: San Catàvete ve’ pe’ mmáre, nu valènde marenáre, San Catàvete prutettóre, ne prutègge cu tutt’u córe. San Cataldo va per mare, un valoroso marinaio. San Cataldo protettore, ci protegge con tutto il cuore. Sono parole che condensano in poche righe quattordici secoli di rapporto tra una città e il suo patrono, e che ogni vecchio marinaio del Mar Piccolo conosce a memoria senza averle mai imparate.

Una scelta che dice tutto di Taranto

La storia di San Cataldo è una di quelle storie che spiegano molto di una città. Un uomo arrivato per un naufragio, in un giorno qualunque, davanti a una costa che non aveva mai visto prima. Avrebbe potuto ripartire. Ha scelto di restare. Ha scelto di legare la sua vita a una comunità che non era la sua, e di farlo con una tale intensità da entrarne per sempre nell’identità.

È esattamente quello che Taranto fa, ancora oggi: ti mette alla prova, all’inizio sembra dura, sembra faticosa, sembra una città che non si lascia capire facilmente. Poi, se la scegli, ti accoglie per sempre. E tu non te ne vai più. San Cataldo l’ha scelta quattordici secoli fa, con fede, coraggio e amore. Il resto è storia. Anzi, è la nostra storia.

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Come ha fatto un vescovo irlandese a diventare il patrono di Taranto? La storia di San Cataldo è fatta di viaggi, visioni, miracoli e incontri che hanno cambiato il destino di un’intera città. E che, ancora oggi, raccontano il legame profondo tra fede, mare e identità.

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